
“MoliseMyHome”
amava dire e mi ripeteva sempre nei giorni di ritorno alle proprie radici.
E mi spiegava con convinzione e con citazioni letterarie globali che re-
almente si è sempre nella Home Molisana incardinata nel cuore e nella
mente, ovunque ci si trovi.
Di qui in un giorno “faraonico” ci consegnò una serie di “canzuncelle e
ballatelle” stampate su un foglio meccanografico e con correzioni a penna
di suo pugno “originate a Termoli, continuate in America e ancora ispira-
te nella Termoli dei miei ritorni”
.
E che omaggio sincero e affettuoso si poteva rendere ad un Maestro
come Giose se non accompagnare i suoi ritmi poetici con melodie ispira-
te dall’amore per questa Terra e nella consapevolezza che ha raggiunto
sfere altissime nel panorama letterario italo-americano con il suo e nostro
“MoliseMyHome”
.
Remo Di GiandomenicoÈ con profonda gratitudine e sincera emozione che la Regione Molise ren-
de omaggio a Giose Rimanelli, figura eminente della nostra terra, intel-
lettuale di respiro internazionale e testimone autentico dei valori molisani
nel mondo.
Rimanelli ha rappresentato, con il suo talento e con la sua visione, il ponte
ideale tra il Molise e le grandi capitali della cultura, lasciando un’eredità
che continuerà a ispirare le generazioni future.
La Regione Molise lo ricorda e lo onora con riconoscenza, nella consape-
volezza che la sua testimonianza resterà patrimonio vivo e fecondo per tutti
coloro che credono nella forza universale della cultura e della memoria.
Ing. Francesco Roberti
Presidente Giunta Regionale del MoliseGIOSE RIMANELLI
di Sheryl Lynn Postman
Giose Rimanelli nacque a Casacalenda (Molise), in Italia, il 28 novembre
1925. La maggior parte della sua biografia si può dedurre dai suoi vari ro-
manzi, a partire da Tiro al piccione (1953), il suo primo romanzo pubblicato,
fino a Il viaggio (2003), l’ultimo. La sua storia personale è presente in due dei
suoi libri: il mini-memoir Molise Molise (1979) e il racconto Familia: la storia
dell’emigrazione (2000).
Rimanelli è il primogenito di Concetta e Vincenzo Rimanelli. Vincenzo a sua
volta è il primogenito di Giuseppe Rimanelli, figlio illegittimo di Leo Marinel-
li. Rimanelli è l’anagramma di Marinelli, nome e cognome dati da Don Leo al
neonato Giuseppe. Giuseppe è menzionato nel romanzo di Rimanelli Peccato
originale (1954), dove vengono trattate le traversie dell’imminente emigrazione
della famiglia di Vietri. Per corteggiare la moglie Concetta, un’italiana di ori-
gine canadese, Vincenzo Rimanelli le scrisse lettere a macchina. Durante una
parata fascista a Roma, Vincenzo non fece il saluto militare richiesto perché
teneva la macchina tra le braccia. I lealisti fascisti gliela fecero cadere dalle
braccia e poi lo picchiarono per non aver compiuto il gesto. Questo episodio è
presente nel romanzo di Rimanelli Una posizione sociale (1959).
Concetta Rimanelli (nata Minicucci) era la figlia di Tony “Slim” Dominick.
Nacque a Montreal, in Canada, e non rinunciò mai alla cittadinanza cana-
dese. Dominick era originario di New Orleans; suo padre, Rodolfo, era ori-
ginario di Casacalenda ma giunse negli Stati Uniti durante la Guerra Civile
Americana (1861-1865). Dominick era un trombettista di jazz che si esibiva
sui battelli del Mississippi. Durante una delle sue visite a New Orleans, assistet-
te al famigerato linciaggio di undici italiani nel 1891. Quell’orribile episodio
divenne anche parte del romanzo Una posizione sociale, in cui Rimanelli parago-
na sottilmente le atrocità americane del XIX secolo a quelle dell’Italia durante
il periodo fascista degli anni ‘30. Dopo il linciaggio, Dominick si trasferì a
5Montreal, in Canada. Negli anni ‘20, lui, sua moglie Teresa e la figlia piccola
si trasferirono in Italia per tornare nella terra del padre.
Durante la guerra d’Abissinia (1935-1936), Concetta decise, senza il consenso
del marito, che il figlio maggiore dovesse frequentatare un seminario france-
scano ad Ascoli Satriano in provincia di Foggia. Giose Rimanelli trascorse
cinque anni in seminario, dove ricevette, oltre alla formazione religiosa, un’i-
struzione in letteratura e musica classica; i classici, infatti, permeano tutti i
suoi romanzi. Il suo periodo lì non fu felice; come sottolinea in diversi suoi
racconti, gli abusi erano dilaganti e, rendendosi conto di non voler prendere
i voti perpetui, lasciò la scuola e tornò a Casacalenda all’inizio degli anni ‘40.
6La vita in quel piccolo paese era difficile. A causa della guerra in Europa e del-
la cattiva e corrotta economia dell’epoca, il lavoro scarseggiava. Casacalenda
si aggrappava ancora a riti e tradizioni medievali che stavano strangolando la
vita del giovane, futuro scrittore, che sognava di lasciare il suo paese per vedere
cosa esistesse oltre i suoi confini. Una sera, nel settembre del 1943, una guar-
nigione di soldati nazisti, in ritirata attraverso il paese per sfuggire all’avanzata
delle forze alleate sbarcate a Salerno, gli offrì un passaggio per la costa. Co-
glieva al volo l’occasione di vedere il mondo esterno. Sfortunatamente, questa
partenza lo gettò a capofitto nella Guerra Civile Italiana, combattendo per la
Repubblica di Salò; come raccontò a Cesare Pavese nel 1949 consegnandogli
una copia del suo manoscritto, Tiro al piccione, che racconta la storia di un
ragazzo che, come lui, ha combattuto dalla parte sbagliata. Era un volontario
forzato a partecipare ad un conflitto che non ha mai capito. Questo periodo
formò la cicatrice più profonda della sua vita. Non aveva la minima idea della
politica del periodo, poiché era stato recluso per anni in seminario.
Tornato a Casacalenda dopo la guerra, Rimanelli scrisse il romanzo in due
mesi e poi partì per Roma nella speranza di pubblicarlo. La sua prima tappa
fu un connazionale molisano, Francesco Jovine, che cercò di dissuaderlo dal
dedicarsi alla scrittura e lo esortò a tornare al paese. Lui rimase tuttavia prin-
cipalmente a Roma, pur viaggiando in altri paesi europei, in particolare in
Francia (Parigi), dove frequentò i corsi alla Sorbona, studiando con Gaston
Bachelard e conoscendo Albert Camus, Sartre e altri. Ritornò in Italia nel
1947, dove la sua esistenza quotidiana fu estremamente difficile. Non aveva
mezzi di sostentamento né un posto dove vivere; viveva sotto un ponte, scri-
vendo tesi per gli studenti in cambio di poche lire e un panino. Iniziò a prati-
care il pugilato per guadagnare un po’ di soldi e in questo periodo frequentò
anche corsi all’Università di Roma, studiando con Sapegno e Ungaretti.
Rimanelli scrisse inoltre una serie di articoli per La Repubblica, Gli emigrati di un
tempo, sulla vita dei soldati congedati, i diseredati della nazione, le cui oppor-
tunità di lavoro erano inesistenti in un paese ancora alle prese con un periodo
7postbellico molto duro. Questi articoli catturarono l’attenzione di Jovine, che
si rivolse a Rimanelli per leggere il manoscritto del Casacalendese.
Il manoscritto originale, intitolato La vecchia terra, era composto da diverse
narrazioni. Jovine suggerì al giovane autore di estrapolarne una sezione in
particolare, rifinirla e presentarla ai redattori. Il risultato fu Tiro al piccione, che
sarebbe dovuto apparire, insieme a Terre del Sacramento di Jovine, nella collana i
coralli di Einaudi. Tuttavia, quando Jovine morì e Pavese, che avrebbe voluto
pubblicare il romanzo, si suicidò, Einaudi lo mise in attesa a tempo indetermi-
nato e fu successivamente pubblicato da Mondadori nel 1953.
Gli anni Cinquanta furono, come ha affermato Rimanelli, il suo decennio.
Furono pubblicati Tiro al piccione, Peccato originale, Biglietto di terza, Una posizione
sociale e Il mestiere del furbo. Contemporaneamente, iniziò a collaborare con il
cinema italiano su suggerimento di Carlo Ponti e Mario Soldati. Nel 1953
si recò in Canada per visitare i genitori e lì divenne direttore del quotidiano
italo-canadese Il cittadino canadese. La visita in Canada servì da stimolo per il
suo racconto Biglietto di terza (1958), una cronaca che esplora il viaggio dell’im-
migrato in America e allo stesso tempo gli permette di proseguire l’odissea
della famiglia Vietri dal suo romanzo Peccato originale. Durante il suo soggiorno
in Canada, Rimanelli viaggiò in tutto il paese e arrivò a New Orleans, città
natale del nonno materno; lì fece ricerche sul linciaggio organizzato e sanzio-
nato di otto italiani nel 1891, di cui si è parlato sopra. Tiro al piccione e Peccato
originale furono tradotti in diverse lingue e pubblicati negli Stati Uniti dalla
Random House. Una posizione sociale fu pubblicato in altre lingue, ma la casa
editrice americana si rifiutò di tradurre il romanzo perché descrive un periodo
buio della storia americana.
Nel 1958, Rimanelli iniziò a collaborare con il giornale Lo Specchio, pubblicata
a Roma. L’autore non voleva essere coinvolto con quella rivista, ma all’ultimo
momento fu informato che sua moglie, Liliana, che aveva sposato nel 1956 e
dalla quale aveva avuto due figli (divorziarono nel 1963), aveva firmato il con-
tratto a suo nome. Per non metterla in imbarazzo, scrisse una serie di articoli
8sotto lo pseudonimo di A.G. Solari, che trattavano del ventre oscuro del mon-
do letterario italiano e ne mostravano l’atmosfera di stampo fascista nella scel-
ta dei premi, nelle decisioni editoriali e nei salotti letterari. Furono pubblicati
in un volume dal titolo Il mestiere del furbo (1959) dalla Sugar di Milano, creando
un grande scalpore che portò all’espulsione di Rimanelli da tutte le principali
case editrici. Decenni dopo, sebbene fosse ancora bandito dalle case editrici
italiane, gli studiosi italiani lo elogiarono per la sua accurata rappresentazione
del mondo letterario protetto e privilegiato descritto nel libro.
Rimanelli iniziò un autoesilio in America in concomitanza con un invito a
parlare alla Biblioteca del Congresso all’inizio del 1960. Fu il primo scrittore
italiano a parlare lì; anni dopo, vi tornò per presentare, in qualità di relatore,
Salvatore Quasimodo. Nel 1963, fu invitato dalla Biblioteca del Congresso
a tradurre in italiano del diciannovesimo secolo il Discorso di Gettysburg di
Abraham Lincoln per il centenario di quel discorso.
Gli anni ‘60 offrirono a Rimanelli una prospettiva completamente diversa sulla
vita e sulla letteratura. Si risposò nel 1963 e con la sua seconda moglie (Eliza-
beth “Bettina” Quatran, dalla quale ebbe un figlio; divorziarono nel 1978) ed
iniziò una nuova carriera all’interno del mondo accademico, senza mai abban-
donare il suo mondo artistico-letterario. Accettò incarichi negli Stati Uniti e
in Canada: alla Sarah Lawrence University, alla New York University, a Yale,
nella British Columbia, alla UCLA e, infine, alla State University of New York
ad Albany, dove rimase per ventidue anni. Durante il suo periodo ad Albany
Rimanelli ottenne la cittadinanza statunitense per avere, come lui stesso affer-
ma, il diritto di protestare contro la guerra del Vietnam e il governo americano.
Gli anni ‘60 si rivelarono un periodo tempestoso per la vita americana: as-
sassinii di leader politici e sociali, una guerra impopolare nel sud-est asiatico,
la nascita del movimento per i diritti delle donne e disordini civili e razzia-
li nelle principali città degli Stati Uniti. Rimanelli scrisse diversi libri, nella
sua lingua madre, l’italiano, e in inglese, che trattano di questo periodo in-
quietante, un decennio che egli stesso ha definito il momento più turbolento
9per l’America dalla fine della Guerra Civile e del New Deal. Tragica America
(1968) mostra il profondo amore dell’autore per lo stile di vita americano,
sfiorato superficialmente nei suoi romanzi italiani degli anni ‘50, ma ulterior-
mente sviluppato e studiato molto più approfonditamente, sempre consape-
vole dei problemi sociopolitici e culturali all’interno della nazione. Benedet-
ta in Guysterland (1993), scritto negli anni ‘60 ma pubblicato solo negli anni
‘90, un’evidente parodia della mafia, affronta il movimento pacifista negli
Stati Uniti. Questo romanzo, il primo scritto dall’autore in inglese, ha vin-
to l’American Book Award nel 1994. Graffiti (1977), un romanzo sperimentale
basato sullo scarabocchio di termini e concetti, esplora la dinamica uomo-
donna; scritto negli anni ‘60, fu pubblicato circa dieci anni dopo. All’inizio
del decennio, Rimanelli scrisse tre opere teatrali ispirate dal suo incontro con
Pablo Picasso ad Antibes, in Francia: Tè in casa Picasso (1961); Lares (1962);
e Il corno francese (1962). Contemporaneamente, pubblicò due raccolte di po-
esie, Carmina blabla (1967) e Monaci d’amore medievale (1967), e un’antologia di
letteratura canadese, con Roberto Ruberto, Modern Canadian Stories (1966).
All’inizio degli anni Settanta, Rimanelli scrisse, insieme a Paul Pimsleur, un
libro per bambini in inglese, Poems Make Pictures Pictures Make Poems (1971).
Questo decennio riportò l’autore nella natia Molise. In questo periodo, che
coincise con la rivisitazione delle sue radici e il fallimento del suo secon-
do matrimonio, scrisse e pubblicò il suo mini-memoir, Molise Molise (1979).
Contemporaneamente, mentre insegnava ancora nel sistema universitario
americano, curò, insieme a Kenneth John Atchity, il volume Italian Literature:
Roots and Branches (1976), al quale contribuì anche con un saggio. Nel 1976 ini-
ziò una collaborazione giornalistica scrivendo la terza pagina per il quotidiano
milanese Il Giorno, che continuò fino all’inizio degli anni Ottanta.
Gli anni Ottanta videro un’ulteriore attività accademica di Rimanelli. In que-
sto periodo produsse diversi testi per gli studenti dei suoi corsi di letteratura e
cinema italiano che non erano ancora disponibili al pubblico: Patterns of Italian
Cinema; Capsule di letteratura italiana; Dalle origini ai nostri giorni; From Syntax to Lite-
10rature; e Foundation and Development of the Italian Renaissance. Tutti furono successi-
vamente pubblicati dall’Università di Albany. In modo creativo, apparvero una
raccolta di suoi racconti scritti tra il 1947 e il 1974, Il tempo nascosto tra le righe
(1986), e una raccolta di poesie, Arcano (1989). Rimanelli si sposò per la terza
volta ad Albany, New York, con Sheryl Lynn Postman nel 1988. Sheryl e Giose
sono stati insieme più di quaranta anni e sposati trenta anni.
Nel 1990 Rimanelli si ritirò dalla vita accademica e intraprese un periodo più
creativo. Durante questo decennio scrisse e pubblicò due romanzi: Detroit Blues
(1996) e Accademia (1997). Fu pubblicato Benedetta in Guysterland, Tiro al piccione
fu ripubblicato da Einaudi, la casa editrice che aveva originariamente sotto
contratto l’autore negli anni ‘50, e La stanza grande, originariamente intitolato
Una posizione sociale quarant’anni prima, fu stampato da nuovi editori nel 1996.
Oltre a Moliseide (1992), una raccolta di poesie dedicata alla regione natale di
Rimanelli, negli anni ‘90 uscirono altri sei volumi di poesia: Alien Cantica. An
American Journey (1995), I rascenìje [Revisioni](1996), Da G. a G.: 101 Sonnetti con
Luigi Fontanella [Da G a G: 101 Sonnetti](1996), Dirige me Domine. Deus Meus:
Il defunto e noi, dal pianto ritual al lamento jazz (1996), Sonetti per Joseph (1998), e
Viamerica/Eyes con Achille Serrao (1999).
Il nuovo millennio ha portato quattro nuove narrazioni: Familia: memoria
dell’emigrazione (2000), Discorso con l’altro (2000), Il viaggio (2002) e The Three-
legged One (2008). Sebbene l’autore utilizzi la propria storia familiare come
paradigma per l’immigrazione, Familia è la storia di un emigrato che deside-
ra sfuggire agli orrori del vecchio mondo per i “presunti” piaceri del nuovo.
È un romanzo che incorpora le realtà sociali, economiche e politiche di due
mondi distinti separati da un oceano – l’Italia e l’America – descrivendo sia il
bene che il male di ciascun paese. The Three-Legged One, originariamente scritto
negli anni ‘90 ma pubblicato dieci anni dopo, fa parte della trilogia di nar-
razioni in lingua inglese dell’autore che affronta i problemi degli anni ‘70: la
guerra del Vietnam, l’Equal Rights Amendment e il disastroso scandalo Wa-
tergate che paralizzò il paese. Discorso con l’altro è uno scambio epistolare tra
11Rimanelli ed Enrico Cestari, entrambi diciottenni durante i famigerati Batta-
glioni M della legione Tagliamento della Repubblica Sociale, che evidenzia le
visioni opposte delle loro esperienze. Il viaggio, l’ultimo romanzo di Rimanelli
pubblicato in italiano, è, come Tiro al piccione, un romanzo contro la guerra,
ma tratta invece della guerra americana in Afghanistan e Iraq. Sebbene il
nome del protagonista sia diverso da Tiro, i parallelismi tra la sua vita e quella
di Marco Laudato suggeriscono che i due personaggi siano la stessa persona,
con la differenza che sono trascorsi sessant’anni dal primo romanzo all’ultimo.
Tre elementi sono costanti in ogni racconto di Giose Rimanelli: il Molise, l’A-
merica e gli orrori e la violenza della guerra. La famiglia materna di Rimanelli
proveniva dall’America e lui crebbe ascoltando storie di quella terra fantastica;
il suo lato paterno era italiano, ma per motivi economici si recò in America
in cerca di lavoro e sperando di ottenere denaro, e anche qui crebbe con i
racconti di quel territorio non convenzionale. Rimanelli era un ragazzo di
diciassette anni che soffrì per oltre diciotto mesi nella Guerra Civile Italiana;
la carneficina a cui assistette lasciò un segno indelebile nella sua vita e pervade
tutta la sua letteratura. È un’esperienza che vorrebbe estirpare dalla sua anima
e da cui spera che altri possano imparare, così da non dover subire l’inferno
che lui ha sopportato per tutta la vita.1
MISTER FRANK
Lino Rufo: Chitarra acustica, Voce; Stefano Saletti: Loutar, Basso, Cajon;
Feat. Ezio Lambiase: Chitarra elettrica; Pejman Tadayon: Ney; Giovan-
na Famulari: Cello; Arnaldo Vacca: Percussioni; Raffaela Siniscalchi: Cori
Tiénghe nè pèssijóne de tant’anne
de farme nè gèrate pu‘ pèjése.
Se me chènósce o no
nèn me ne fréche:
m‘haje lèvà nè cose ’n ganne a me.
U córe tije u sà, u tiempe passa.
J so’ vive e pènze te viengh’a truvà.
Pe’ qua, ne l’Arkanzò,
j’ nat‘u Criste so’,
uórk e sembe uórke
pi’ tasse e pi’ kiwi.
A sére, se m’èssètte sott’u puórce,
me facce u pédetílle e pènz‘a te.
Me recèrch‘u munne:
(I need help, Mister Frank!)
(“Yes sir! What’s your problem?”)
fècènnème chèmpà.
Qua nèn so‘ chèfóne
e manche signóre:
è cu dentr‘e fóre
che va’’nnanz’u stóre.
Nèn me so’ squèrdate
a facce che tu tiè,
13rise e mazzijate
me port‘èppriéss’ èmmé.
ME CHIAMÈN’ “FRANK,
IS MY PHON’S OKAY?
I NEED TO FIX A LIGHT…”
VÒNNE U CINGHE E U SEI.
E mo‘ vèléss’ èhì ’n quillu pèjese
pe‘ tòllème a uèlíje di uèlíje:
famme nè vésce sazie
’n miézz’a chiazze,
ca crijanze di priévète e santità.
Ma port’èppíse ‘n gule com’èqquílle
che strèscíne a lénghe pe’ tè vèdé.
Nèn me so’ squèrdate a facce tija.
Rise e mazzijate‘èppriéss’ èmmé.
ME CHIAMÈN’ “FRANK,
IS MY PHON’S OKAY?
I NEED TO FIX A LIGHT…”
VÒNNE U CINGHE E U SEI…
Ho una passione da tanti anni / di farmi un giro per il paese. / Se mi conosce o no non
me ne frega: / devo togliermi una cosa che mi sta in gola. / Il cuore tuo lo sa, il Tempo
passa, / io sono vivo e penso: vengo a ritrovarti. / Da queste parti, nell’Arkansas, io
sono un altro Cristo, / lavoro e sempre lavoro per le tasse e per i kiwi. // La sera, se
mi seggo sotto il portico, / mi faccio una scorreggina e penso a te. / Mi ricerca il mon-
do: “Ho bisogno d’aiuto, signor Franco” / “Sissignore, che problema ha?”, facendomi
campare. / Qua non sono cafone, neanche signore: / è col dentro e fuori che va avanti
il negozio. / Non ho dimenticato la faccia che tu hai, / risate e risse le porto appresso
14a me. // Mi chiamano “Franco, / è a posto il mio telefono? / Ho bisogno di aggiustare una
luce…” / Vogliono il cinque e il sei. // E adesso vorrei andare in quel paese / per togliermi
la voglia delle voglie: / farmi una ventosa sazia in mezzo alla piazza, / con la creanza
dei preti e della chiesa. / Me la porto appesa al culo come quello / che trascina la lingua
per vederti. / Non ho dimenticato la faccia che tu hai, / risate e risse dietro a me. // Mi
chiamano “Franco, / è a posto il mio telefono? / Ho bisogno di aggiustare una luce…” /
Vogliono il cinque e il sei…
2
BALLATA DI JOE SÈLIMO
Lino Rufo: Chitarra acustica, Voce; Stefano Saletti: Chitarra elettrica, Basso,
Percussioni; Pejman Tadayon: Kamancheh; Arnaldo Vacca: Percussioni
Sono nato in una stanza
piccolina come il mondo
ho girato e rigirato
per poi ritrovarmi a fondo,
alla fine, rassegnato,
ho sposato l’emozione.
Sanità,
santità,
pane poco
e libertà.
Sono stato lungo tempo
come appeso ad un lampione,
sono andato lungo il mare
osservando il mio stivale,
alla fine, rassegnato,
ho sposato l’emozione.
15Sanità,
santità,
pane poco
e libertà.
Sono stato con l’amore
Ricercandolo nel cuore:
Il dolore del dolore
È cercare il vero amore,
alla fine, rassegnato,
ho sposato l’emozione.
Sanità,
santità,
pane poco
e libertà.
Ho volato sopra i monti,
ho nuotato sotto i mari.
ho mangiato pietre e sale,
ho scavato negli errori,
alla fine, rassegnato,
ho sposato l’emozione.
Sanità,
santità,
pane poco
e libertà.
Ho goduto, ho ricordato
le stranezze, le passioni,
punti d’oro, grumi vivi
16sia l’amore che il dolore,
alla fine, rassegnato,
ho sposato l’emozione.
Sanità,
santità,
pane poco
e libertà.
La mia vita è in nessun luogo,
sono un alito nel mondo,
la passione mi travolge,
mi rigenera nel fuoco,
alla fine, rassegnato,
ho sposato l’emozione.
Sanità,
santità,
pane poco
e libertà.
Ho deposto il mio cappello
ad un chiodo del balcone,
vedo il cielo, il mare, i monti,
e sogno un’altra dimensione,
alla fine, rassegnato,
ho sposato l’emozione.
Sanità,
santità,
pane poco
e libertà.
173
18
Sono chiuso in una stanza
piccolina come il mondo,
rido e danzo, a volte piango,
sono intenso come un tango,
alla fine, rassegnato,
ho sposato l’emozione.
Sanità,
santità,
pane poco
e libertà.
MOLISE MY HOME
Lino Rufo: Chitarra acustica, Voce; Stefano Saletti: Percussioni, Bouzouki;
Arnaldo Vacca: Percussioni; Matteo Di Francesco: Batteria; Pierpaolo
Ranieri: Contrabbasso
Rèportéme nè case nu Molise
pa’ stradèrèlle vècchie de chèmpagne.
Molise my home M’haje vèvut’a cíte
chi bbuóne e mmalèmènte de stu munne,
mè u Tiémpe nèn è quadre, nèn è tunne:
t’ècchiappe pi’ vèdèlle e te rèpónne.
E mo’ stè víte mije rèchèrch’a case sije
pe’ rèpèsà Molise my home.
Rèpòrtème nè case nu Molise
de dóve sòngh’èsciute de guèglióne.
Molise my home Tènéve dent’u córenè chènzóne d’èmóre e fantèsije,
mè u Tiémpe nèn è quadre nèn tè funne:
t’ècchiappe che nè ríse e po’ t’èffónne.
E mo’ stè víte mije rècèrch’a case sije
pe’ rèpèsà Molise my home.
Rèportème nè case nu Molise
che tutt’u munne l’haje già gèrate.
Molise my home pur’i cchiù bèlli suónne
so’ sènnate sègliènne e discègnènne scale,
mè u Tiémp’èllucche come ‘n anèmale
nu córe che ‘n ze scòrde du pègliare.
E mo’ stè víte mije rècèrch’a case sije
pe’ rèpèsà Molise my home.
Riportami a casa nel Molise / per la vecchia stradina di campagna. // Molise my home,
mi sono bevuto l’aceto / con i buoni e i pessimi di questo mondo, / ma il Tempo non è
quadro, non è tondo: / ti acchiappa per le budella e ti accantona / ed ora questa vita
mia ricerca casa sua / per riposare, Molise my home. // Riportami a casa nel Molise / da
dove sono uscito da ragazzo. // Molise my home, tenevo dentro il cuore / una canzone
d’amore e fantasia / ma il Tempo non è quadro, non ha fondo: / ti acchiappa con una
risata e poi ti affonda / ed ora questa vita mia ricerca casa sua / per riposare, Molise my
home. // Riportami a casa nel Molise / ché tutto il mondo l’ho già girato. // Molise my
home, anche i più bei sogni / sono sognati salendo e discendendo scale, / ma il Tempo
grida come un animale, / un cuore che non si scorda del pagliaio / ed ora questa vita
mia ricerca casa sua / per riposare, Molise my home.
194
BUON GIORNO, AMORE!
Lino Rufo: Chitarra acustica, Voce; Stefano Saletti: Bouzouki; Feat. Ernest
Carracillo: Musette; Pejman Tadayon: Ney; Giovanna Famulari: Cello;
Arnaldo Vacca: Udu
I
Buon giorno Amore!
Ti porto un fiore
e questo cuore
che cerca te.
Lo sai perché
ti porto viole
e questo cuore
che vuole te?
È nato il sole:
ho perso le ore
per quest’amore
che sta con me.
Buon giorno Amore!
Buon giorno Amore!
Buon giorno Amore!
Buon giorno a te.
II
Buon giorno Amore!
ti chiamo e canto,
ho pieno il cuore
solo di te.
20Lo sai perché
sono felice?
La gente dice:
“Beato te!”
Sei l’alba rosa,
il mare calmo;
nessuna cosa
somiglia a te
Buon giorno Amore!
Buon giorno Amore!
Buon giorno Amore!
Buon giorno a te.
III
Buon giorno Amore!
ti guardo muto.
sono cresciuto
amando te.
Lo sai perché
mi sento buono?
tu sei quel suono
che arriva a me.
Sogniamo un poco,
la vita è lunga.
preserva il fuoco
per te per me.
215
22
Buon giorno Amore!
Buon giorno Amore!
Buon giorno Amore!
Buon giorno a te.
Buon giorno Amore!
Buon giorno a te.
MOLISEIDE
Lino Rufo: Chitarra acustica, Voce; Stefano Saletti: Percussioni; Feat. Ezio
Lambiase: Chitarra elettrica; Feat. Luca Casbarro: Zampogna; Feat. Ernest
Carracillo: Organetto; Pejman Tadayon: Kamancheh; Arnaldo Vacca: Per-
cussioni; Matteo Di Francesco: Batteria; Pierpaolo Ranieri: Basso
U Múnne du Molise sònn’i cóse
che fànn’a víte chiéne d’arie fíne,
a ggènt’èrríve e màgne, ze rèpóse
pènzànne: “Tènn’u dóce sti mètíne!”
A Chiàzze guarde sèmbe chi ze spóse
pècché te vo’ vèdé se può chèmpà,
tie’ l’uócchie miézz’èpiérte e miézze chiúse
pècché tu vuó vèdé che ze po’ fà.
Molise Molise
u Tiémpe è nu hiúme
èngiàllèníte
èscégne fin’u màre,
Molise z’èspèrde
miézz’i préte e vèllúne:
nèn pòrte quèttóre,
nèn pòrte quèttóre,
nèn te’ spàre.I Juórne du Molise so’ brèsciàte
du sóle che pèzzéje ni rèstúcce,
du frísche pàsse chiàne nè jèrnàte:
u suónne è cóm’qquílle di cèllúcce.
Tie’ l’uócchie miézz’èpiérte e miézze chiúse
pècché tu vuó vèdé che ze po’ fà,
uèlíje de fètíje è nu pèrtúse
pècché tu vuo’ sèpé ch’èvéme fà.
Molise Molise
u Tiémpe è nu hiúme
èngiàllèníte
èscégne fin’u màre,
Molise z’èspèrde
miézz’i préte e vèllúne:
nèn pòrte quèttóre,
nèn pòrte quèttóre,
nèn te’ spàre.
Il Mondo del Molise sono le cose / che fanno la vita piena d’aria fina, / la gente arriva
e mangia, si riposa / pensando: “Hanno il dolce queste mattine!” / La Piazza guarda
sempre chi si sposa / perchè vuole vederti se puoi campare. / Hai gli occhi mezzi aperti
e mezzi chiusi / perchè tu vuoi vedere che si può fare. // Molise Molise / il Tempo è un
fiume / ingiallito / scende fino al mare, / Molise si disperde / in mezzo alle pietre e valloni: /
non porta più anfore, / non porta più anfore, / non ha la spara. // I Giorni del Molise sono
bruciati / dal sole che giocherella nelle stoppie, / dal fresco passa piano una giornata:
/ il sonno è come quello degli uccellini. / Hai gli occhi mezzi aperti e mezzi chiusi /
perchè tu vuoi vedere che si può fare, / voglia di lavorare è un forellino / perchè tu vuoi
sapere che dobbiamo fare. // Molise Molise / il Tempo è un fiume / ingiallito / scende fino
al mare, / Molise si disperde / in mezzo alle pietre e valloni: / non porta più anfore, / non
porta più anfore, / non ha la spara.
236
ME SO’ ADDERMUTE
Lino Rufo: Chitarra acustica, Voce; Stefano Saletti: Slide Guitar, Basso,
Chitarra battente e Tammorra; Feat. Marco Manusso: Chitarra resofonica
“National”; Feat. Antonello Iannotta: Tamburello; Arnaldo Vacca: Tambu-
rello, Tammorra e Percussioni; Raffaela Siniscalchi: Cori
Ai sennate e ai penzate
che tu fusse ‘a vite mie:
so’ pertute e remenute,
ai vussate ‘a porte tie.
Niente è state mai perdute,
pure tu m’e’ requerdate;
nient’è state mai fenute,
ma nen pozze mai perlà…
Me so’ addermute
dent’u core tie,
me so’ perdute
dent’amore tie.
Me so’ sennate
‘na casetta e i figlie:
‘a vite è strane
dent’u munne mie…
Me ze forme ‘u nude ‘n ganne
se te strenghe, se te chiame;
pure quanne passeiame
songhe accise da ‘n affanne.
Tu me viesce e me chensuole,
tutt’u sanghe scorre chiane;
24‘a paure è che me dole
statte accanne e nen perlà…
Me so’ addermute
dent’u core tie…
Sie’ ne stelle, sie’ ne mamme,
sie’ ‘nu passe ‘n coppe ‘u ponte;
t’hanne viste dent’u mare,
t’hanne viste ‘n coppe ‘u monte.
Me fie’ chiagne sule sule,
tutt’a gente nen tè core;
‘a pessione è ‘nu sedore,
bast’u sole, niente cchiù…
Me so’ addermute
Dent’u core tie…
Ho sognato e ho pensato / che tu fossi la vita mia, / sono partito e ritornato, / ho bus-
sato alla porta tua. / Niente è stato mai perduto, / anche tu mi hai ricordato, / niente
è stato mai finito, / ma non posso mai parlare… // Mi sono addormentato / dentro il
cuore tuo, / mi sono perduto / dentro l’amore tuo, / mi sono sognato / una casetta e i
figli: / la vita è strana / dentro il mondo mio… // Mi si forma un nodo in gola / se ti strin-
go, se ti chiamo, / anche quando passeggiamo / sono ucciso da un affanno. / Tu mi baci
e mi consoli, / tutto il sangue scorre piano, / la paura è che mi duole / starti accanto e
non parlare. // Mi sono addormentato / dentro il cuore tuo, / mi sono perduto / dentro
l’amore tuo, / mi sono sognato / una casetta e i figli: / la vita è strana / dentro il mondo
mio… // Sei una stella, sei una mamma, / sei un passo sopra il ponte, / ti hanno vista
dentro il mare, / ti hanno vista sopra il monte. / Mi fai piangere solo solo: / tutta la
gente non ha cuore, / la passione è un sudore, / basta il sole… e niente più?
257
TORNA DA ME
Lino Rufo: Voce; Stefano Saletti: Pedal Steel; Feat. Ezio Lambiase: Chitar-
ra classica; Pejman Tadayon: Ney; Giovanna Famulari: Cello
I
Se potessi
toccare le tue mani,
se potessi
sentire la tua voce,
inebriare la mia anima
mentre il corpo si riposa.
Torna da me
con tutto il cuore,
siediti qui
con l’anima in pace,
solo con te
ancora una volta,
sempre con te
oltre i confini,
torna da me,
dentro al mio cuore.
l’amore c’è:
è tutto per te.
II
Se potessi
baciare le tue piaghe,
se potessi lasciare questa croce,
per guarire le ferite
rinnovare la mia vita.
268
Torna da me
con tutto il cuore,
siediti qui
con l’anima in pace,
solo con te
ancora una volta,
sempre con te
oltre i confini,
torna da me,
dentro al mio cuore.
l’amore c’è:
è tutto per te.
BÈLLÀTE DE RITA
Lino Rufo: Chitarra acustica, Voce; Feat. Yuki Rufo: Chitarra elettrica;
Arnaldo Vacca: Percussioni; Matteo Di Francesco: Batteria; Pierpaolo
Ranieri: Basso; Raffaela Siniscalchi: Cori
E tu sié rèmènute
cu passe ch’èbbèllave,
ca ríse de nè vóte, e dduj rècchíne!
Oh Rita Rita, sié rèmènute,
i ggènte i ggènte t’hanne sèntute
come nè sciabbèlate ‘n miézze lluócchie.
U sangh’ènnaccquèriate z’è rèbbènute:
e mo’ ze po’ jèttà pe’ liétt’e ròcchie.
Oh Rita Rita, tu m’è quègliute
27e a fréfe a fréfe a è rèsègliute
pe’ tutt’u cuórpe, rèbbèvann’i suónne.
E tu sié rèmènute e m’è quègliute
cóme nu ciucce pèrze ‘n miézz’i ròcchie.
Oh Rita Rita, sié ddèvènute,
oh Rita Rita, sié crèsciute
nè lune chi mèntagne dent’u puzze.
Oh Rita Rita, sié ddèvènute,
oh Rita Rita, sié crèsciute
come nè lune gialle dent’u puzze!
Come nè sciabbèlate ‘n miézze lluócchie,
pe’ tutt’u cuórpe, rèbbèvann’i suónne.
E tu sei ritornata / col passo che ballavi/ con la risata d’una volta, e due orecchini! / Oh
Rita Rita sei ritornata / la gente la gente t’ha sentita / come una sciabolata in mezzo agli
occhi. // Il sangue annacquato è rinvenuto: / e adesso si può gettare fra letti e cespugli.
/ Oh Rita Rita Rita, tu m’hai trovato / e la febbre la febbre è risalita / per tutto il corpo,
risuscitando i sogni. // E tu sei ritornata e m’hai trovato / come un asino perso in mezzo
ai cespugli! / Oh Rita Rita Rita, sei divenuta / Oh Rita Rita Rita, sei cresciuta / una luna
con le montagne dentro il pozzo. // Oh Rita Rita Rita, sei ritornata / Oh Rita Rita Rita,
sei cresciuta / come una luna gialla dentro il pozzo! / Come una sciabolata in mezzo agli
occhi! / Per tutto il corpo, risuscitando i sogni.
289
BÈLLÀTE DU MÈHÀRE
Lino Rufo: Chitarra acustica, Voce; Stefano Saletti: Basso e Banda; Feat.
Nando Citarella: Voce, Voci fuori campo; Arnaldo Vacca: Percussioni
Tutte spugliate ‘nnanze a cemmenere
cu ‘n guolle ‘na pellicce affumicate,
‘nu cappellacce ‘n cape fracetate
e mèzze pippe ‘n mocche ch’è stutate.
Sta’ mute dent’u scurdele di sere
‘u Princepe du Colle du Bregante:
‘n ome tuoste che chiàmene ‘u Mahare,
resana a gente e pèzzèje cu mare.
Tamerici
Fichi d’India
Fior d’arancio
Tulipani;
lilla e rose
melograno
prugne e gelsi
cedri e grano
fann ’u nide du Mahare
‘mbracc’è Dìe e ‘n bacce ‘u mare.
Albicocche
Quaglie e galli
Magro carpi
Meli e peri;
pappagalli
bosso e acacie
29faraone
e amarene
fann ’a tane du Mahare
‘mbracc’è Dìe e ‘n bacce ‘u mare.
Oleandri
Timo e alloro
Palme e pini
Maggiorana;
rosmarino
pavoncelli
piccioncini
la genziana
fann ’u regne du Mahare
‘mbracc’è Dìe e ‘n bacce ‘u mare.
Finocchione
E fagiani
Peperoni
Melanzane;
il dolcetto
lo zibibbo
il moscato
il trebbiano
fann ’u munne du Mahare
‘mbracc’è Dìe e ‘n bacce ‘u mare.
Quist’ome che tutti chiàmene ‘u Mahare
resana a gente e pèzzèja cu mare,
te rape a mente cu pèrlà sapiente
e t’ogne ‘u musse quann’u core è shiacche;
te mogne i menne se nen siè quentiente,
30t’èccìde cu ‘nu schiaffe puorce e vacche
ma chiagne s’ha truvate ‘n miezz’i rocchie
‘na Tortorella o ‘nu pecine muorte.
Papasante
Fasolare
Cozze nere
I carpacci;
capocolli
ventri cine
cotechini
fegatacci
fann ’u nide du Mahare
‘mbracc’è Dìe e ‘n bacce ‘u mare.
Le padelle
Per fritture
Le pignate
I tegami;
le gratelle
e i taglieri
con le teglie
e i boccali
fann ’a tane du Mahare
‘mbracc’è Dìe e ‘n bacce ‘u mare.
Forchettoni
Cucchiaioni
Terrecotte
Moschettoni;
parabellum
monocanne
31archibugi
rivoltelle
fann ’u regne du Mahare
‘mbracc’è Dìe e ‘n bacce ‘u mare.
Le contrade
Del Sinarca
San Giovanni
Vallicello;
fucilieri
porticone
delle Spugne
del Demanio
fann ’u munne du Mahare
‘mbracc’è Dìe e ‘n bacce ‘u mare.
E del Pozzo
Del Pisano
E del Fosso
Di Colucci;
e dei colli
della Torre
di Scalere
del Brigante
fann’a vite du Mahare
‘mbracc’è Dìe e ‘n bacce ‘u mare.
Vuò vedè ‘u Paravise?
‘N goppe ‘u Colle du Bregante
Ce sta’ n’ome ch’è Mahare,
resana a gente e pèzzèje cu mare.
32Tutto spogliato davanti alla ciminiera, / con addosso una pelliccia affumicata, / un cap-
pellaccio in testa infradiciato / e mezza pipa in bocca che è spenta, / sta’ muto dentro
il buio delle sere / il Principe del Colle del Brigante: / un uomo duro che chiamano il
Mago, / risana la gente e gioca col mare. // Tamerici / Fichi d’India / Fior d’arancio / Tuli-
pani; / lilla e rose / melograno / prugne e gelsi / cedri e grano / fanno il nido del Mago /
nelle braccia di Dio e al cospetto del mare. // Albicocche / Quaglie e galli / Magro carpi /
Meli e peri; / pappagalli / bosso e acacie / faraone / e amarene / fanno la tana del Mago
/ nelle braccia di Dio e al cospetto del mare. // Oleandri / Timo e alloro / Palme e pini
/ Maggiorana; / rosmarino / pavoncelli / piccioncini / la genziana / fanno il regno del
Mago / nelle braccia di Dio e al cospetto del mare. // Finocchione / E fagiani / Peperoni
/ Melanzane; / il dolcetto / lo zibibbo / il moscato / il trebbiano / fanno il mondo del
Mago / nelle braccia di Dio e al cospetto del mare. // Quest’uomo che tutti chiamano
il Mago, / risana la gente e gioca col mare, / ti apre la mente col parlar sapiente / e ti
unge il muso quando il cuore è fiacco; / ti munge il petto se non sei contento, / t’am-
mazza con uno schiaffo porci e vacche, / ma piange se ha trovato nelle fratte / una
tortorella o un pulcino morto. // Papasante / Fasolare / Cozze nere / I carpacci; / capo-
colli / ventri cine / cotechini / fegatacci / fanno il nido del Mago / nelle braccia di Dio e
al cospetto del mare. // Le padelle / Per fritture / Le pignate / I tegami; / le gratelle / e i
taglieri / con le teglie / e i boccali / fanno la tana del Mago / nelle braccia di Dio e al co-
spetto del mare. // Forchettoni / Cucchiaioni / Terrecotte / Moschettoni; / parabellum
/ monocanne / archibugi / rivoltelle / fanno il regno del Mago / nelle braccia di Dio e al
cospetto del mare. // Le contrade / Del Sinarca / San Giovanni / Vallicello; / fucilieri /
porticone / delle Spugne / del Demanio / fanno il mondo del Mago / nelle braccia di Dio
e al cospetto del mare. // E del Pozzo / Del Pisano / E del Fosso / Di Colucci; / e dei colli
/ della Torre / di Scalere / del Brigante / fanno la vita del Mago / nelle braccia di Dio e al
cospetto del mare. // Vuoi vedere il Paradiso? / Sopra il Colle del Brigante / c’è un uomo
che è mago / Risana la gente e gioca col mare.
3310
FRAGILE
Lino Rufo: Chitarra acustica, Voce; Feat. Barbara Eramo: Cori; Feat. Yuki
Rufo: Chitarra elettrica; Matteo Di Francesco: Batteria; Pierpaolo Ranieri:
Basso; Arnaldo Vacca: Percussioni
I
Non posso
fare a pugni
col destino,
Mi nutro
di sbandate
e di riprese,
ma spesso
mi straluno
nelle attese,
qualcosa
che mi calmi,
mi sollevi:
l’amore
più gentile
del mattino.
Amore ascoltami,
la vita è fragile,
amore
ascoltami…
II
Non posso
ragionare
34con me stesso,
l’amore
che io sogno
non è vero.
Lo aspetto
da una vita
e col pensiero,
mi vedo
a passeggiare
su un sentiero,
sudato,
lui davanti
ed io lo seguo.
Amore ascoltami,
la vita è fragile,
amore
ascoltami…
III
Non posso
navigare
con la vela
sul mare
dell’insonnia
e del ricordo,
m’accorgo
del dolore,
ma se un giorno
con fede
passa il tempo,
3511
36
passa il freddo -,
quel giorno
tu mi aspetti
ed io mi fermo.
Amore ascoltami,
la vita è fragile,
amore
ascoltami…
UÉ, TERMOLI!
Lino Rufo: Chitarra acustica, Voce; Stefano Saletti: Bouzouki, Percussioni;
Feat. Barbara Eramo: Voce; Pejman Tadayon: Kamancheh; Arnaldo Vacca:
Percussioni; Pierpaolo Ranieri: Contrabbasso
I
Termoli è na città che t’è culuri,
so’ rusce e gialle com’a Primavera,
ma po’ se cagne quanne vè la sera
ca gente che va fore a passeià…
Dolce Termoli
vengo a trovarti,
how are you?
Dolce Termoli
vengo ad amarti
How do you do?Dolce Temoli
non ti capisco
Do you understand?
Dolce Termoli
non ti tradisco
You should know that
Dolce Termoli
sei molto bella,
can l say so?
Dolce Termoli
sei molto strana,
Yet I love you.
Oh dolce Termoli,
l’m coming to you.
II
Termoli è na città che t’è culuri,
z’allonga spreccellute ‘ncopp’a u mare,
ma po’ se cagne quanne perde u chiare,
deventa na cannela d’ansietà…
Dolce Termoli
vengo a trovarti…
37III
Termoli è na città che t’è penzieri,
nu pede dente llacque e une ‘n terre,
se sciaque de li guaie po’ s’enserre,
dente nu dace ch’è da requerdà…
Dolce Termoli
vengo a trovarti…
Termoli è una città che ha colori: / son rossi e gialli come la Primavera, / ma poi s’im-
pettisce quando si fa sera / con la gente che va fuori a passeggiare. // Dolce, Termoli /
vengo a trovarti, / come stai? // Dolce, Termoli / vengo ad amarti, / come va? // Dolce,
Termoli / non ti capisco, / hai capito? // Dolce, Termoli / non ti tradisco / dovresti sa-
perlo. // Dolce, Termoli / sei molto bella, / posso dirtelo? // Dolce, Termoli / sei molto
strana, / eppure ti amo // Oh Dolce, Termoli / sto venendo da te. // Termoli è una città
che ha colori: / si allunga tutta nuda sopra il mare, / ma poi s’arcigna quando perde
il chiaro, / diventa una candela d’ansietà. // Dolce, Termoli / vengo a trovarti, / come
stai?… // / Termoli è una città che ha pensieri: / un piede dentro l’acqua e l’altro in terra;
/ si sciacqua dei suoi guai poi s’inserra / dentro una dolcezza ch’è da ricordare. // Dolce,
Termoli / vengo a trovarti, / come stai?…
3841Dedicato al mio indimenticabile amico Luigi Pasquariello
Ringraziamenti
Regione Molise: Presidente della Giunta e Presidente del Consiglio;
Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo del Molise;
Sheryl Postman, moglie di Giose Rimanelli;
Serenella Sèstito, avvografo;
Staff di “Librissimi”/Istituto italiano di cultura di Toronto e Federazione delle Associazioni Molisane
del Québec/Istituto italiano di cultura di Montreal, che hanno voluto presentare in anteprima “Molise
my home” e celebrare Rimanelli nel centenario della sua nascita;
Tutti i musicisti che hanno contribuito con una o due featuring a rendere prezioso questo lavoro: Ezio
Lambiase, Marco Manusso, Nando Citarella, Barbara Eramo, Yuki Rufo, Ernest Carracillo, Antonello
Iannotta, Luca Casbarro;
La mia compagna di palco Rossella Seno, la Rossa di Venezia;
Columbus center che ci ha ospitati a Toronto;
Teatro Amelia & Lino Saputo presso il Centro Leonardo Da Vinci a Montreal;
Dolceamaro;
Fornai Ricci;
Happie Testa, Cassandra Marsillo.
Registrazioni effettuate da novembre 2024 a febbraio 2025 presso il Four Winds
Studio – Roma da Stefano Saletti
Missaggi effettuati da Carlo Di Francesco presso Farafina Studio, Roma, da febbraio
a marzo 2025.
Mastering eseguito presso il Reference Studio – Roma da Fabrizio De Carolis il 20
marzo 2025.
Arrangiamenti: Stefano Saletti
Produzione esecutiva: Lino Rufo e Stefano Saletti
Coordinamento: Maurizio Varriano
Immagine di copertina – Serenella Sèstito alias AvvografoBN CD 019
Serie diretta da Valter Colle
© ℗ 2025
NOTA
P.O. BOX 187
33100 UDINE
tel. +39 0432 582001
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Graphic design e impaginazione – Linda Fierro
Stampa – Lithostampa
ISBN 978-8861632585










