Lino Rufo rappresenta una delle memorie storiche più vivide della scena cantautorale italiana, un artista che ha attraversato cinquant’anni di musica respirando le stagioni del blues, del prog e del folk. In questa conversazione, ripercorriamo minuziosamente ogni tappa del suo viaggio: dalla scoperta provvidenziale di Micocci fino all’intensa amicizia con Vasco Rossi e Rino Gaetano, per arrivare al nuovo album “Molise my home” dedicato alle liriche di Giose Rimanelli.
Scrissi una lettera durissima contro i discografici, mi trasferii a Venezia per sei mesi e decisi di dedicarmi anima e corpo alla dimensione live, fondando gli Hard Rock Café con cui ho fatto circa 250 serate all’anno per un decennio.
progetto culturale ampio, sostenuto anche da istituzioni d’oltreoceano. Ho presentato l’album dal vivo in anteprima in Canada, a Toronto e Montreal, in occasione del centenario della nascita di Rimanelli. L’accoglienza è stata straordinaria: a Montreal tutto il teatro ha cantato all’unisono i cori del brano “Ué Termoli”, creando un’apoteosi indimenticabile.
Il percorso artistico di Lino Rufo giunge a un crocevia di profonda maturità con “Molise my Home”, un album che lo vede cimentarsi per la prima volta con il dialetto della sua terra. Questo progetto nasce dall’incontro ideale e poetico con le parole di Giose Rimanelli, eminente intellettuale e scrittore nativo di Casacalenda, emigrato negli Stati Uniti dove ha trascorso sessant’anni di vita insegnando nelle università e scrivendo romanzi e saggi, ma mantenendo sempre un legame viscerale e inossidabile con le proprie radici. L’album prende letteralmente vita da un manoscritto inedito del 1984 contenente undici poesie, di cui sette in lingua dialettale e quattro in lingua italiana , che Rufo ha saputo plasmare in materia sonora, restituendo voce e respiro all’anima di un autore che, come ricorda il titolo stesso dell’opera, considerava il Molise una vera e propria “Home” incardinata per sempre nel cuore e nella mente, ovunque ci si trovi. Ad affiancare Rufo in questo coraggioso e intimo viaggio in cui “riporta tutto a casa” c’è la sapiente ed esperta regia musicale di Stefano Saletti, che firma gli arrangiamenti e tesse trame sonore ricercate suonando loutar, bouzouki, basso e chitarra battente, conferendo all’intero lavoro un respiro squisitamente world. Il suono del disco si allontana intelligentemente da schemi rigidamente tradizionali o puramente filologici per abbracciare un’estetica acustica molto raffinata e stratificata, dove le corde e la vocalità calda di Rufo dialogano costantemente con influenze mediorientali, pulsazioni percussive terrene e sfumature della grande canzone d’autore. Le ispirazioni musicali pescano a piene mani dal cantautorato folk e dalle venature blues, impreziosite da un parterre di musicisti di altissimo livello che colorano ogni traccia con timbri specifici ed evocativi, dal violoncello al ney, dalla zampogna alle chitarre resofoniche. L’apertura del disco è affidata a “Mister Frank”, un brano ritmico e vibrante che ci proietta immediatamente nella dura realtà dell’emigrazione in Arkansas, dove il protagonista lavora incessantemente mescolando il dialetto a un inglese di pura sussistenza per interfacciarsi con il mondo, sostenuto da un arrangiamento in cui spiccano il loutar e le percussioni che sottolineano la fatica e la lontananza. A seguire, la “Ballata di Joe Sèlimo” cambia sapientemente registro linguistico passando all’italiano per consegnarci una ballata notturna, introspettiva ed esistenziale, in cui il canto si adagia su un tappeto acustico guidato dai suoni del kamancheh di Pejman Tadayon e dalla batteria di Matteo Di Francesco, raccontando il tormento di un’anima che ha girato a fondo il mondo per poi dichiarare, rassegnata: “ho sposato l’emozione”. Si torna di nuovo al molisano con la swingante title track “Molise my Home”, indiscusso fulcro emotivo dell’opera, dove il bouzouki di Saletti e il contrabbasso di Pierpaolo Ranieri cullano il desiderio insopprimibile di ritornare nelle vecchie strade di campagna, sfuggendo a un tempo implacabile che “non è quadro, non è tondo”, ma che acchiappa per le budella ricordando a chiunque da dove proviene. Il clima si rasserena e si apre dolcemente con “Buon Giorno, Amore….”, una serenata in italiano di rara luminosità melodica, arricchita dalla delicatezza e dall’eleganza della musette di Ernest Carracillo e dall’udu di Arnaldo Vacca, che accompagna un risveglio mattutino colmo di pura devozione romantica. La dimensione più descrittiva ed evocativa della vita rurale di paese esplode invece nei ritmi in levare di “Moliseide”, un affresco sonoro impreziosito dalle radici profonde della zampogna di Luca Casbarro e dall’organetto, che dipingono con maestria le mattine lente della piazza di paese e i giorni bruciati dal sole che giocherella nelle stoppie. Subito dopo, le atmosfere si fanno improvvisamente ruvide e ipnotiche con “Me so’ addermute”, un episodio dalle marcate venature blues e folk americano, dove la slide guitar di Saletti e la chitarra resofonica “National” di Marco Manusso creano un reticolo sonoro affascinante per ospitare una dichiarazione d’amore dialettale febbrile, disperata e totalizzante. In “Torna da Me”, il violoncello struggente di Giovanna Famulari e il soffio antico del ney disegnano un paesaggio sonoro intimo e malinconico per un brano in italiano che implora il ritorno fisico e spirituale dell’essere amato, unica cura per guarire definitivamente le ferite dell’anima. Una scossa di inaspettata e pura energia rock-folk arriva con la “Bèllàte de Rita”, dove la chitarra elettrica di Yuki Rufo e una sezione ritmica incalzante raccontano, quasi come fosse una “sciabolata in mezzo agli occhi”, il ritorno improvviso di una donna in grado di risvegliare i sensi assopiti e riaccendere la febbre della passione in tutto il corpo. Il disco regala poi un vero e proprio gioiello di teatro-canzone popolare con la “Bèllàte du mèhàre”, un ritratto quasi picaresco, sciamanico e magico del “Principe del Colle del Brigante”, arricchito in modo formidabile dall’interpretazione di Nando Citarella, in un vortice ritmico sostenuto dai tamburi a cornice che elenca una vera e propria cornucopia di natura, fauna e tradizioni culinarie del Molise. Avvicinandosi all’epilogo, “Fragile” offre un momento di profonda intimità e riflessione sulla precarietà e sulla vulnerabilità umana, in cui l’italiano di Rimanelli, esaltato dai cori eterei di Barbara Eramo, svela il bisogno primordiale di un amore salvifico e gentile che possa calmare le sbandate del destino. A chiudere questo viaggio che intreccia musica e poesia è “Ué, Termoli!”, un omaggio policromo e affettuoso alla città costiera che mescola con grande disinvoltura il dialetto a improvvise incursioni in lingua inglese (“How do you do?”), ritraendo un luogo che passa dall’esuberanza diurna, rossa e gialla come la primavera, all’ansietà dolce e arcigna che emerge inevitabilmente quando si fa sera, suggellando con estrema classe un disco che rappresenta, a tutti gli effetti, un atto d’amore colto, stratificato e viscerale verso la propria terra d’origine.




